Asti: News d’Attività Teatrali.

Asti: News d’Attività Teatrali.

Sabato 15 dicembre allo Spazio Kor Federico Sacchi

racconta “Gli anni perduti di Nino Ferrer”

Federico Sacchi in una foto di Renato Morra.

Sabato 15 dicembre alle 21 la stagione del Teatro Alfieri di Asti si sposta allo Spazio Kor di piazza San Giuseppe per l’appuntamento fuori abbonamento “Gli anni perduti di Nino Ferrer”. Più che uno spettacolo è un’esperienza di ascolto, targata reDISCOvery, di e con Federico Sacchi, che firma anche la regia insieme a Marzia Scarteddu. Spiega Federico: “Se ti dico Nino Ferrer, cosa ti viene in mente? Probabilmente La Pelle Nera,  Agata, Pippo Baudo, il festival di San Remo, i varietà del sabato sera, il carosello, abiti eleganti, un sorriso smagliante e un ciuffo perfetto. Un’immagine cristallizzata nel tempo, quella che la gente vuole continuare a vedere. Poi c’è il vero Nino. Un artista dalla carriera quarantennale, di cui noi italiani conosciamo solo una piccolissima parte: quattro anni di successi e fama in crescita esponenziale a cui segue, da un giorno all’altro, una inspiegabile scomparsa dai palinsesti. Un genio ribelle, eclettico, inafferrabile, mai domo, disposto a tutto pur di essere libero. Anche a perdere il suo pubblico. Quella di Nino Ferrer prima e dopo l’Italia è una storia straordinaria, che aspettava solo di essere raccontata nel modo giusto”.

Federico Sacchi

reDISCOvery, progetto dell’Associazione Docabout, è un format di divulgazione musicale che racconta la storia di protagonisti della musica italiana e internazionale che il grande pubblico ha dimenticato o mistificato attraverso una narrazione crossmediale immersiva dall’online all’onstage. Il viaggio inizia sulla piattaforma www.rediscovery.it e sui social. Un viaggio fatto di coinvolgenti episodi video, playlist originali, documenti e foto. Gli otto episodi costituiscono la prima fase della  narrazione, il viaggio del musicteller Federico Sacchi sulle tracce di Nino Ferrer. Tutto i contenuti concorrono a costruzione della storia del personaggio che trova la sua soluzione nell’esperienza d’ascolto. L’esperienza d’ascolto non è un concerto, non è un reading e non è un live show: è tutte queste cose messe insieme. È un documentario dal vivo, in cui si fondono storytelling, musica, teatro, video e nuove tecnologie condotto da Federico Sacchi. Musicteller è un neologismo creato per descrivere una figura professionale inedita, il “narratore di musica”. Quella che Sacchi porta avanti da anni con passione e competenza è una narrazione capace di rendere vivi personaggi e situazioni con la forza delle parole, restituendo al presente gli artisti e il loro passato, proiettandoli verso il futuro.

Biglietti 10 euro posto unico (ridotto 8 euro abbonati stagione Teatro Alfieri). Informazioni e prenotazioni: 0141.399057-399040 (biglietteria Teatro Alfieri, dal martedì al giovedì con orario continuato 10,30-16,30. Sabato prevendita direttamente alla biglietteria dello Spazio Kor a partire dalle 19).

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Domenica 16 dicembre al Teatro Alfieri si ricorda

Luciano Nattino con “Vanzetti – Il sogno di un emigrato italiano”

Domenica 16 dicembre alle 21 al Teatro Alfieri di Asti, all’interno della stagione 2018/2019, torna in scena uno spettacolo storico di Luciano Nattino, nei giorni in cui si ricorda il primo anniversario dalla scomparsa: “Vanzetti. Il sogno di un emigrato italiano”, con il Teatro degli Acerbi a riportarlo sul palco nel ventennale della compagnia per ricordare il maestro, riproponendolo filologicamente con il cast originale. In scena Massimo Barbero, Patrizia Camatel, Matteo Campagnoli, Dario Cirelli, Fabio Fassio, Chiara Magliano, Antonio Muraca, Stefano Orlando, Paola Tomalino, Federica Tripodi con le scenografie di Francesco Fassone e i costumi del Laboratorio Stilistico Vezza. Musiche e canti sono stati curati da Chiara Magliano, Paola Tomalino e Tiziano Villata. Un lavoro scritto e diretto da Nattino e che fu prodotto da Casa degli Alfieri, Teatro degli Acerbi e Asti Teatro 27: ora viene riproposto grazie anche al sostegno del Comune di Asti, della Fondazione CRAsti ed alla collaborazione con “Cuntè Munfrà”.

Commentano gli Acerbi: “Una storia che sentiamo attuale, «da gridare dai tetti», per verificare insieme quanto del passato è ancora stimolo per una riflessione sul presente e sulle sue contraddizioni”. Scriveva Nattino nel 2015, parlando di questo lavoro teatrale “amatissimo” e pensato, cercato da anni, con il quale lavorava per la prima volta con il gruppo di attori e cantanti del Teatro degli Acerbi: “Quel che sono venuto ad interrogare qui, con questo lavoro su Vanzetti, più che l’utopia, ancorché cara, del piemontese terrigno e volante, è l’erranza, la diaspora, la dispersione come fenomeno costante di questo mondo. Storie di emigrazione, di libertà offuscate, di diritti negati. Se Sacco e Vanzetti, bruciati sulla sedia elettrica nel 1927, hanno una importanza per noi, è perché siamo sempre capaci di ucciderli o di farli vivere.” Lo spettacolo indaga a fondo, con quella capacità unica di Nattino di ricerca e sintesi poetica, sulle lettere di “Tumlin”, sui suoi scritti, su articoli e atti di convegni, sulla sua biografia (che lui stesso ha scritto) e su diversi materiali inediti. Il tutto anche attraverso allo studio dei documenti presso il Fondo Vanzetti a Cuneo. La storia di Bartolomeo Vanzetti e dell’assurda peripezia che lo ha visto protagonista, insieme all’amico Nicola Sacco, negli anni ‘20 in America, è uno dei casi più controversi di tutto il Novecento. Bartolomeo e Nicola, infatti, subirono, per le loro idee anarchiche e per la loro condizione di immigrati (italiani, per giunta), un ignominioso processo che li portò, dopo sette anni di ricorsi e rinvii, alla sedia elettrica; capri espiatori di un’ondata repressiva lanciata dal presidente Woodrow Wilson contro la «sovversione», che non solo smosse le coscienze degli uomini dell’epoca (tra cui intellettuali e studiosi), ma continuò come un fantasma ad agitare l’America per decenni. I fatti sono noti e già “visitati” in letteratura, cinema, teatro, musica (Joan Baez lo cantava nei raduni sterminati). Una storia mossa da ideali: una terra libera, la fiducia nel riscatto dei più poveri, la lotta… poi la disillusione, addirittura l’arresto, un processo farsa, la condanna a morte. Nattino ha dedicato tuttavia al processo pochi essenziali riferimenti. Come in molti suoi lavori, il punto di vista è quello più popolare: il lato domestico  dell’anarchico di Villafalletto, indagando la sua adolescenza, le relazioni, le amicizie, i rapporti con la sorella Luigia, con il padre, con gli ambienti in lotta per la sua difesa, con la  giornalista Mary Donovan.

Nello scorrere dello spettacolo, con scene dal taglio cinematografico e continui flashback (“il tempo della memoria, per affinità dei ricordi, con punte in avanti e salti all’indietro”), emergono quel misto di ingenuità e concretezza, di idealismo e generosità, che traspaiono da tutta la vita di Bartolomeo, prima e dopo la sua partenza per l’America: l’adolescenza, le difficoltà nella ricerca di un lavoro stabile, le passeggiate lungo il Maira, le rare amicizie, il suo amore per la natura, per gli umili. E poi l’imbarco, la lontananza, la violenza dei sobborghi statunitensi, il difficile rapporto con gli americani, la triste condizione di emigrato italiano, il suo sogno di liberazione degli sfruttati. Concludeva Nattino: “Del resto il teatro è anch’esso un luogo dell’esilio, di una sospensione, di una vita da rifare che ti attende; è come essere a Ellis Island (l’isola di fronte a Manhattan dove venivano selezionati gli emigranti) prima di sbarcare a Battery Park: un luogo dell’assenza di luogo. Un luogo non luogo, che è tutto e niente, una sala di attesa e una sala di tribunale. Panchine come inginocchiatoi, coperta della nave, legni del carcere, sedie delle assemblee anarchiche”.

Biglietti 20 euro platea, barcacce, palchi (ridotto 15 euro abbonati rivista Astigiani, 10 euro allievi scuole di teatro), 15 euro loggione (ridotto 10 euro).Per informazioni e prenotazioni 0141.399057-399040 (biglietteria Teatro Alfieri, aperta dal martedì al giovedì con orario continuato 10,30-16,30), domenica a partire dalle ore 15.

ALEXANDER MACINATE

PRESENTATO IL PROTOCOLLO  SULLE CHIESE ROMANICHE  

    Provincia di Asti 

PRESENTATO  IL PROTOCOLLO  SULLE CHIESE ROMANICHE  

E’ stato recentemente presentato a Torino il Protocollo di Intesa “Il Romanico in Monferrato: un patrimonio da valorizzare” a cui la Provincia di Asti ha aderito con la Regione Piemonte, la Città Metropolitana di Torino, la Provincia di Alesandria, la Soprintendenza  di Asti e Alessandria, il Polo Museale torinese,  la Consulta regionale per i beni ecclesiastici, le ATL di Torino, Asti e Alessandria e quarantasei Comuni dell’astigiano. Per la Provincia di Asti hanno partecipato il Vice Presidente dott. Paolo Lanfranco e il  funzionario Geom. Tiziana Maggiora, dell’Ufficio Enti Locali. Il protocollo è volto alla  conservazione, valorizzazione e fruizione delle Chiese romaniche del Monferrato, beni di grande rilievo e testimonianza delle  campagne astigiane.

“Diffondere la consapevolezza del loro valore – dichiara il Vicepresidente Lanfranco – potrà avere, per il territorio regionale e in particolare per i nostri territori  comunali, ricadute positive in termini di attrazione turistica, culturale e opportunità di sviluppo”.Le chiese e le pievi romaniche astigiane sono aspetti d’arte, incomparabili beni culturali, apprezzati in tutto il loro valore e significato. L’art. 9 della Costituzione  sancisce   “Lo Stato tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione” che si esplica attraverso la tutela e la fruizione. “La Provincia di Asti – commenta il Presidente Marco Gabusi – si era già impegnata nella valorizzazione delle chiese romaniche presenti sul territorio astigiano con l’iniziativa editoriale voluta dall’ex Presidente della Provincia  Guglielmo Tovo e la successiva ristampa ad opera dell’ex  Presidente Roberto Marmo dando vita al  volume “Le Chiese romaniche delle campagne astigiane”, repertorio per la loro conoscenza, conservazione e tutela. Oggi piu che mai,  l’esigenza è quella di dare il giusto rilievo culturale  e turistico per permetterne la conoscenza  a tutti coloro che intendono approfondire la storia artistica astigiana e il suo patrimonio”.

A Nuzzo Monello due prestigiosi Premi…

A Nuzzo Monello due prestigiosi Premi…


All’opera ἀνϑολογία di Nuzzo Monello due prestigiosi riconoscimenti: il Premio Internazionale Historiae Populi  e il Premio Regionale Historiae Siciliae, conferitigli dall’Opera Internazionale “Praesepium Historiae Ars Populi” di Geraci Siculo (PA).

di  Biagio Iacono

All’opera ἀνϑολογία (Antology) del ns. amico Artista, Studioso e Scrittore prof. Nuzzo Monello – di cui ci siamo spesso occupati sul www.valdinotomagazine.it – sono stati conferiti, nei giorni scorsi, due prestigiosi Premi a riconoscimento della sua prodigiosa, straordinaria e poliedrica attività: il Premio Internazionale di Storia e Tradizioni Locali Historiae Populi e il Premio Regionale Historiae Siciliae, conferitigli dall’Associazione Culturale Regionale “Praesepium” di Geraci Siculo (PA).

La suddetta ἀνϑολογία – sta scritto nella motivazione del Premio Historiae Populi – è caratterizzata scientificamente da una ~ Raccolta di schede ed immagini sulla flora della contrada S. Elia, sui Monti Iblei, nel territorio del comune di Avola in Provincia di Siracusa. Lo studio botanico è accompagnato da una attenta analisi delle caratteristiche del territorio della contrada, inclusa una preziosa chiesa rupestre di presumibile età alto medioevale. ~

   Per questo la Commissione del Concorso Internazionale Artistico-Letterario “Ars Millennium” 20a Edizione 2017/18 – Premio  Internazionale “Historiae  Populi” 19a Edizione 2017/18 ha valutato l’opera del prof. N. Monello quale Premio In Assoluto A Livello Internazionale Per La Migliore  Opera Di Pregio “Botanico-Archeologico” D’alto Interesse Scientifico elogiando lo Studioso con questa meritata attestazione: ~ A NUZZO MONELLO D’AVOLA ~ PER LA SUA MONUMENTALE E PODEROSA OPERA STORICO-SCIENTIFICA A CARATTERE BOTANICO E PER I SORPRENDENTI ASPETTI DI RICERCA ARCHEOLOGICA. OPERA, ANCORA, ASSAI PREZIOSA PER LE SAPIENTI SCHEDE BOTANICHE D’ALTO VALORE SCIENTIFICO SULL’INCANTEVOLE E TIPICA FLORA MEDITERRANEA DEI MONTI IBLEI IN SANT’ELIA; OPERA ANCHE ECCELLENTE E STRAORDINARIA PER L’ARTISTICO PATRIMONIO FOTOGRAFICO D’ARTE, CHE PUO’ ESSERE DEFINITO QUALE “FINESTRA DI BELLEZZA” DI VISIONI PRIVILEGIATE DELL’UNIVERSO CULTURALE IBLEO, OVE, QUASI PER INCANTO, ANCORA EMERGE, DALL’OBLIO DEL  SECOLARE SONNO DELLE PIETRE, UN SANTUARIO RUPESTRE, PREGNO DI FEDE E DI SACRO ANTICO, FIORE NELLE ROCCE OLEZZANTI DEGLI IBLEI.

(vedi VERBALE qui a fianco: HISTORIAE POPULI

 

Consegna del Sindaco di Lentini Saverio Bosco.

Per quanto riguarda il secondo conferimento, il Premio Regionale Historiae Siciliae è stata conferita: L’ALTA ONORIFICENZA STORICO-SCIENTIFICA – ACCADEMICO DELLA SICULA CULTURA IBLEA a NUZZO MONELLO da AVOLA  per l’Ediz. Bilingue-Sebastiano Monieri Editore – Traduzione di Corrado Leanti – Siracusa, 2017; ril., pp. 560, ill. ~ Raccolta di schede ed immagini sulla flora della contrada S. Elia, sui Monti Iblei, nel territorio del comune di Avola in Provincia di Siracusa. Lo studio botanico è accompagnato da una attenta analisi delle caratteristiche del territorio della contrada, inclusa una preziosa chiesa rupestre di presumibile età alto medioevale ~ con quest’altra motivazione: ~ PER LA MAGNIFICA, RICCA E POLIEDRICA ‘AZIONE’ DI STUDIOSO-RICERCATORE  E NOBILE ARTIGIANO D’ALTA ARTE, APPASSIONATO AMANTE E CONOSCITORE PROFONDO DELLA SUA TERRA NATIA IBLEA; INSIGNE FIGLIO DI AVOLA CHE HA SAPUTO METTERE A FRUTTO LE SUE SCIENTIFICHE CONOSCENZE E HA POSTO MANO A UNA PODEROSA E MONUMENTALE OPERA, L’ANTOLOGIA BOTANICA DELLA FLORA ENDEMICA IBLEA DEL MONTE SANT’ELIA, OVE EMERGE, COME PREZIOSA VETUSTA GEMMA, UNA CHIESA RUPESTRE TARDO-MEDIEVALE: MAGNIFICO FIORE DI PIETRA ANTICA TRA I LEZZI ASSAI ODOROSI DEI SACRI MONTI IBLEI DI SICILIA. ~

vedi altro VERBALE qui a fianco: HISTORIAE SICILIAE

Eventus Lentini – 2.XII.2018 – Il Presidente Dott. Prof. V. Piccione e Nuzzo Monello.

Il “31° Eventus Lentini Meeting 2018”

si è concluso il 2 dicembre u.s.

Distintivo Historiae Siciliae Accademico della Sicula Cultura Iblea

Organizzato dall’Opera Internazionale “Praesepium Historiae Ars Populi” fondata dal Dott. Prof. Vincenzo Piccione e patrocinato dalla Città di Lentini, l’Associazione Culturale Melograno di Lentini, l’Arcidiocesi Metropolitana di Siracusa, la Diocesi di Noto e dalla Città di Geraci Siculo, si è concluso con la consegna dei prestigiosi riconoscimenti ai vincitori delle diverse sezioni a concorso.  

Diploma Historiae Populi

Il congresso sul tema Presepium: Greppia d’Amore… Cultura, iniziato il primo dicembre si è avvalso di relatori provenienti da tutt’Italia e della partecipazione di un folto pubblico per assistere alle premiazioni di presepisti e di città per l’allestimento di presepi viventi opportunamente visionati in Sicilia, in Calabria e Campania dalla commissione giudicatrice, e per assistere alla premiazione di autori di studi Storico-etnografici, Scientifici, Artistici e Letterari. I premiati sono stati invitati inoltre a  esprimere le proprie idee, contributi, promozioni e propositi. Tra i molteplici in particolare l’intervento dello studioso, artista e scrittore Nuzzo Monello che ha posto l’accento sulle condizioni nelle quali, oggi, ciascuno può trovarsi di fronte alla società e rispetto alla propria individualità: Cultura e Fede viste come unicità dell’individuo che interagisce nel sociale, nell’impegno civile, nella propria crescita spirituale, culturale e nei confronti della propria famiglia.

Trofeo Historia Populi

L’autore, così continua: il premio odierno, esprime un elaborato di relazioni, che vede in primo luogo, oltre il personale sacrificio e la compartecipazione della Città di Avola, il contributo della moglie Corrada e dei figli Venerando e Paolo indispensabile alla realizzazione in specie di  ἀνϑολογία, propriamente raccolta di fioriNell’accettare i riconoscimenti, con umiltà e soddisfazione a compimento della sua opera Nuzzo Monello, ha voluto fare dono, per soddisfare le stesse condizioni di Cultura e Fede, del premiato volume ἀνϑολογία, al Sindaco di Lentini Dott. Saverio Bosco nella qualità di primo cittadino e alla Biblioteca Riccardo da Lentini quale espressione della città, comunità di Saperi conclamata Città del Presepe di Sicilia 2018. Per concludere, a noi non resta che complimentarci sinceramente col ns. prof. Nuzzo  Monello per questa opera che tante soddisfazioni sta dando a Lui ma, soprattutto, anche ai tanti Amici come noi che lo amiamo e stimiamo fraternamente. 

Biagio Iacono

G. Leopardi: capirlo ricordando Gino Raya nel 31° della scomparsa.

G. Leopardi: capirlo ricordando Gino Raya nel 31° della scomparsa.

CAPIRE LEOPARDI ATTRAVERSO IL RICORDO DI GINO RAYA,

NEL 31° DELLA SCOMPARSA DEL FILOSOFO FONDATORE DEL FAMISMO.

di Paolo Anelli

Ricorrendo il 2 Dicembre u.s. il 31° della scomparsa del prof. GINO RAYA, un ricordo – da me promosso – sul suo straordinario contributo critico filosofico-letterario, anche sul Leopardi, avrebbe dovuto trovar spazio su queste colonne proprio quel giorno: lo facciamo oggi 10 Dicembre 2018, non avendo potuto il Sottoscritto onorare quella data per cui, mentre me ne scuso con l’amico prof. Paolo Anelli, anticipo che insieme ci siamo da tempo riposti di onorare dignitosamente il ns. Maestro con un apposito volumetto, non appena ci sarà possibile configurare il ns. materiale già raccolto e pubblicarlo. Biagio Iacono

Dopo vari anni di insegnamento in Istituti Tecnici, per l’anno scolastico 1983-84 ebbi incarico d’insegnamento letterario, nello storico Istituto Magistrale “Ruggero Bonghi” di Assisi, sito in Via San Francesco nel Palazzo Vallemani, edificio barocco con affreschi del Seicento, oggi sede della Pinacoteca comunale. L’Istituto, la cui denominazione originaria di Scuola Normale era stata modificata a partire dalla riforma Gentile del 1923, aveva da pochi anni celebrato il suo centenario, in quanto era nato nel 1878 all’interno del Convitto Nazionale “Principe di Napoli”, istituito dal Ministro Bonghi nel 1875 per accogliere da tutto il giovane Regno d’Italia gli orfani dei maestri elementari.

Il Convitto viveva nella sede del Sacro Convento di San Francesco, acquisito dallo Stato italiano con le leggi eversive del 1866-67, e nella città del Serafico l’Istituto che formava maestri e maestre aveva avuto nel primo Novecento un ruolo importante di promozione culturale, grazie all’attività dei suoi docenti, tra i quali il pedagogista Ernesto Codignola, che a Firenze sarà direttore dell’Istituto Superiore di Magistero (dove studiò mia madre) e continuerà le sue battaglie educative fondando la Scuola-Città Pestalozzi. Altamente meritoria fu anche l’opera dei Presidi, tra cui Michele Catalano, di Termini Imerese, noto per i suoi studi sull’Ariosto, che diresse l’Istituto dal 1922 al 1932, prima di salire alla cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Messina. Siciliano, di Milazzo, era anche il Preside del centenario, Giuseppe Catanzaro, figura di spicco all’interno dell’Accademia Properziana del Subasio, studioso di Properzio e curatore, insieme allo storico Francesco Santucci, degli Atti dei Convegni internazionali properziani dal 1982 al 2002.

Assisi. Palazzo Vallemani, sede dell’Istituto Magistrale dal 1910 al 1997.

Dovendo insegnare Italiano, per la prima volta, in una classe che si preparava all’esame di Stato, mi trovavo ad affrontare la letteratura italiana dell’Ottocento. E mi domandavo, fra l’altro, in particolare, come insegnare L’infinito di Leopardi, il cui commento, nei testi scolastici, mi riportava alle difficoltà mie di maturando del 1966. Non avevo mai capito, e perciò mi inceppai al colloquio, che cosa significasse “la religione del nulla” che continuava a dominare nella critica. Faccio dunque un primo passo deciso verso una metodologia d’insegnamento che tenga conto in primo luogo non della critica (cioè del punto di vista degli studiosi di Leopardi, spesso non supportato da chiari fondamenti teorici), ma del pensiero dell’autore stesso. E dato che Leopardi non teneva per sé i suoi Pensieri (raccolta di centoundici considerazioni scritte tra il 1831 e il 1837), e aggiornava continuamente il suo diario personale, lo Zibaldone, che, scritto dal 1817 al 1832, era arrivato a 4526 pagine, mi misi all’opera per rintracciare in quella miniera di pensieri una spiegazione d’autore al Sempre caro mi fu quest’ermo colle.

Zibaldone, prima ed. 1898.

Primo problema: dove lo trovo lo Zibaldone di Leopardi in versione integrale? Dell’edizione di Francesco Flora in due volumi, datata 1937-38, a cui si ispirarono Walter Binni ed Enrico Ghidetti (1969), si potevano trovare edizioni ridotte. Volendo uno Zibaldone tutto intero e non scarnificato, per poter andare a cercare tra quelle sue 45 centinaia di pagine qualcosa, scritto da lui medesimo, che si riferisse all’argomento della sua poesia più famosa, e non essendo ancora comparsa per Garzanti l’edizione critica in tre volumi curata da Giuseppe Pacella (1991), e non vivendo noi tutti ancora in un mondo dominato da internet (che ci mette oggi a disposizione tutti i testi del poeta di Recanati in leopardi.it), l’unica mia possibilità era trovare l’edizione del 1898-1900, quella in sette volumi pubblicati da Le Monnier ad opera di una commissione presieduta da Giosuè Carducci, con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (poi Zibaldone di pensieri, o semplicemente Zibaldone). Dove trovare l’edizione carducciana dello Zibaldone?

I sette volumi dell’ed. carducciana dello Zibaldone, 1913 terza ristampa.

Ebbene, a confermare la rilevanza culturale dell’Istituto Magistrale di Assisi, ce li avevo lì i sette rari volumi dello Zibaldone carducciano, nella preziosa Biblioteca di quella Scuola centenaria, che dopo incredibili vicende successive al terremoto del 1997 è stata recuperata e acquisita dal Liceo Classico “Properzio” per iniziativa del Dirigente scolastico Giovanni Pace. Mi metto dunque al lavoro, ma, durante la perlustrazione graduale del testo leopardiano subisco ben presto un doppio effetto serendipity. Trovo anzitutto molti riferimenti di ordine pedagogico che mi spingono a schedare i concetti con cui Leopardi avvalora le sue tesi filosofiche e antropologiche attraverso osservazioni sul comportamento dei “fanciulli”, e di se stesso fanciullo. Se ne potrebbe ricavare un ricco materiale per una pedagogia leopardiana interessante per la storia della pedagogia contemporanea. Ci ha pensato recentemente Michele Zedda, ricercatore dell’Università di Cagliari con diversi articoli dal 2012 a oggi.

Leopardi, Recanati: Colle dell’Infinito.

L’altro effetto va spiegato con il fatto che in quell’anno ricevevo una copia del trimestrale Biologia culturale di Gino Raya. Era stato mio padre, rimasto solo per la morte di mia madre a fine ’83, ad avvertire l’amico catanese, grande studioso di Verga e ideatore del Famismo poi chiamato Biologia culturale (teoria che considera la fame come unico primum movens biologico degli esseri viventi), della mia esistenza come insegnante ad Assisi. L’intrigante lettura delle tesi di Raya, mirate allo “studio dei fenomeni letterari, filosofici, culturali in genere, nei loro fondamenti biologici e nelle correlative sovrastrutture metafisiche”, tesi esposte sistematicamente, oltre che nei suoi libri, nella rivista, a cominciare dal 1966, si incrociava con la mia perlustrazione leopardiana, al punto che presi il coraggio di segnalare a Raya, con una lettera, il 2 gennaio 1987, un certo parallelismo delle sue tesi con quelle leopardiane che andavo spulciando. Raya risponde:

 8 genn 1987 sera
Caro Anelli / Stamane ricevendo la Sua del 2, ho suonato a distesa tutte le campane del mio feudo (mentale) per avere scoperto una insospettata vocazione famistologa. […] e la incoraggio a proseguire nel disegno leopardiano. L’applicazione del metodo fisiologico è stata attuata soltanto da me e da Pasquale Licciardello; veda dunque che immenso terreno vergine rimane. Su Leopardi, morto nel 1837, si prepara la solita fiumana retorica per il 150 anniv.; né, che io sappia, s’è mai vista una critica leopardiana in chiave famista. Veda, dunque, di non lasciare i suoi propositi nel limbo delle buone intenzioni. […] A lei e famiglia i più forti auguri e saluti da Gino Raya

Da questo contatto, seguito da un breve incontro a Roma in occasione di una conferenza su una sua opera verghiana, in cui gli lasciai copia delle mie ‘scoperte’, nacquero, su suo invito, i miei due saggi leopardiani (Leopardi e gli animali, e Leopardi prefamista) che lui pubblicò in Biologia culturale del settembre e del dicembre 1987, ultimo fascicolo questo di quella rivista, che morì il 2 dicembre con il suo fondatore. Purtroppo, il mio rapporto diretto con Gino Raya nacque e durò nell’arco di quel suo ultimo anno di vita. Dopo di che, lasciando nel cassetto un mio terzo saggio e constatando il silenzio dell’ufficialità letteraria italica sulla morte del maggiore studioso verghiano, cominciai a scrivere Il silenzio delle farfalle infilzate (Firenze Atheneum 1991), forte anche, dopo la morte di mio padre (1986), di quanto il Raya aveva detto di sé e del Famismo nelle lettere indirizzate all’amico abruzzese, mio padre, insegnante a Venezia nell’Istituto Magistrale “Niccolò Tommaseo”, con cui aveva vissuto una affettuosa concordia discors a partire dal 1959, quando erano commissari a Roma nel mega concorso a cattedre di Lettere negli Istituti magistrali, e avevano constatato di essere gli unici a non lasciarsi influenzare nelle procedure di valutazione dalla potenza delle raccomandazioni. Grazie a quel mio libro ho potuto conoscere Pasquale Licciardello e le sue preziose analisi biologico-culturali sulla letteratura e sulla società contemporanea (notevole, per restare in argomento, è il suo Leopardi poeta del corpo, Fermenti, 1988), e Biagio Iacono, direttore della Gazzetta di Noto e della rivista Netum, amico ed estimatore del Raya, il quale ha ospitato in questi anni vari miei contributi rayani nella rivista online www.valdinotomagazine.it .

Zibaldone,1913.

Nei due saggi, presenti nella biblioteca del Centro Studi Leopardiani di Recanati, sfruttavo i risultati della mia ricerca sullo Zibaldone, che mi aveva portato a conoscere il Leopardi pedagogista e il Leopardi prefamista, ma mi aveva anche dato la risposta alla domanda su L’infinito che dovevo spiegare alle alunne del Magistrale di Assisi. Non va interpretato in senso metafisico, tutt’altro. Il piacere, che deriva dall’immaginazione che opera in virtù dell’ostacolo fisico della siepe, va considerato in chiave sensistica secondo la concezione materialistica settecentesca cui il poeta aderì e sulla quale, appunto, costruì la sua “teoria del piacere”. Avevo trovato da me la risposta, per via diretta, e solo più tardi mi sono accorto che la cosa era già stata detta da Achille Tartaro nel volume in cui aveva trattato Leopardi (LIL – Letteratura Italiana Laterza, 1978, pp. 84-85), dove scriveva: “La matrice sensistica dell’Infinito, un elemento decisivo per escludere ogni riduzione dell’esperienza leopardiana nell’ambito certamente improprio dell’ascesi e dell’annichilimento spiritualistico, secondo un’interpretazione promossa da De Sanctis (“Così i primi solitari scopersero Iddio”) e in seguito vagamente riecheggiata […]”. Ecco la conferma che chiariva i miei dubbi di studente e avvalorava i risultati della mia ricerca di giovane docente.

L’ultimo numero della Rivista BIOLOGIA CULTURALE fondata e diretta da GINO RAYA.

La mia rassegna prefamista leopardiana contrastava con un appunto di Raya del settembre 1986 (Biologia culturale, p. 144), che nel termine felicità usato da Leopardi, termine “ampolloso, di derivazione settecentesca”, vedeva “una spia della scarsa sensibilità biologica del Leopardi”. Aggiungeva però che “qualche brivido” di essa “affiora a sua insaputa, per esempio, nel « mal umore », o nell’« odio, vero odio », che gli uomini in società nutrono l’uno per l’altro (Zibaldone), e che rimonta al cannibalismo proprio della specie”. A posteriori, posso dire di avere messo in luce, col mio studio, che invece di affioramento inconsapevole si tratta di una teoria a tutto tondo che riconosce in tutti gli esseri viventi un primum movens centrato su una triade (Leopardi la chiama “trinità”): amor di sé – odio altrui – invidia. Quanto al cannibalismo, esso è riconosciuto da Leopardi come realtà primitiva generale, non senza il risvolto, tutto prefamista, dell’erotofagia. Lo stesso Raya, approfondendo il tema, in nove pagine consegnate per la celebrazione leopardiana dei Nuovi Annali della Facoltà di Magistero dell’Università di Messina (1987, 5, pp. 111-119), giunge a fare un ritratto di Leopardi antimaiuscolaro, non più carente di sensibilità biologica, bensì “fermo nell’amor sui come principio biologico”. Amor sui è il titolo di un breve intervento di Gino Raya, che è il succo di una conversazione telefonica con il direttore della rivista Fermenti Velio Carratoni, che compare nel numero di ottobre-novembre 1987, p. 5, e che ho letto con profondo senso di gratitudine, lieto di avere contribuito a far suonare le campane del “feudo (mentale)” del Maestro proibito di cui Biagio Iacono aveva scritto in Netum nel Dicembre 1981.

La prima delle tre pagine del Dicembre 1981 della Rivista Netum, fondata e diretta da Biagio Iacono dal 1975 al 1985.

Sarebbe augurabile (ma probabilmente illusorio che la ricorrenza, oltre che gl’inevitabili gorgheggi sulla donzelletta e il passerotto, e oltre a qualche iscrizione d’ufficio del continuo Leopardi tra i « figli di Maria », invitasse qualche studioso a leggere lo Zibaldone per verificare (o eventualmente discutere) i due saggi di Paolo Anelli pubblicati in « Biologia culturale » (1987, nn. 3 e 4) intitolati, rispettivamente, Leopardi e gli animali e Leopardi prefamista. Risulterebbe chiara, allora, la scintilla più geniale di Giacomo: il suo rifiuto, cioè di maiuscole come il Pensiero, la Coscienza, la Ragione e altri succedanei dell’Anima considerati come prius nella biologia umana e insomma come patacca metafisica. Questo prius viene chiamato dal Leopardi ventitreenne amor di sé (o anche amor proprio), « principio e perno di tutta quanta la macchina naturale (…), indipendente dalla riflessione e quindi dalla ragione ». Oggi per una completa risoluzione del metafisico nel fisico, diciamo fame; Leopardi dice amor sui; ma l’indirizzo è così sconvolgente, da escludere i confronti non solo in sede ottocentesca, ma anche nella ufficialità accademica del secolo seguente.

Nessuno studioso leopardiano ha risposto all’invito di Raya, tranne Alberto Frattini, il quale in un articolo apparso su Fermenti nel 1995, intitolato Leopardi, il materialismo e il famismo, mi ha rivolto una critica che, al di là dei contenuti, è frutto di una operazione scorretta, compiuta con la complicità del direttore Carratoni. Il quale mi aveva chiesto, nel ’93, di scrivere un articolo su Leopardi, e gli avevo mandato Leopardi e i nuovi credenti, dove esprimevo qualche giudizio, tra molto altro, su alcuni scritti di Frattini. Ebbene, l’articolo dell’insigne studioso leopardiano contesta alcune affermazioni espresse nel mio dattiloscritto, che il direttore Carratoni aveva dato in lettura a Frattini, evitando di pubblicarlo.
Un ricordo di Gino Raya, dunque, non può prescindere da un argomento principe nella sua vita e nella sua opera: il rispetto dell’etica.

Assisi, 2 dicembre 2018                             Paolo Anelli

Fondazione Asti Musei: Conferenza su “I Beni culturali del nostro territorio”.

Fondazione Asti Musei:

Conferenza su “I Beni culturali del nostro territorio”.

con l’intervento del Comandante la Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta,  Generale di Divisione Mariano Mossa su
“L’Arma dei Carabinieri in Piemonte con riferimento ad alcune specialità”.

 

con la recente nascita della Fondazione Asti Musei l’impegno dell’Ente da me presieduto è volto ad una maggiore valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico culturale presente sul territorio astigiano. Il percorso appena intrapreso dovrà raggiungere obbiettivi di qualità e di efficienza così da saper accogliere i numerosi turisti che stanno arrivando nella nostra città. Ritengo, pertanto, doveroso prevedere il coinvolgimento degli Enti culturali locali, nonché dell’intera cittadinanza per far sì che la Fondazione Asti Musei riesca a raggiungere traguardi importanti e di eccellenza.

In quest’ottica verrà organizzata per il giorno mercoledì 28 novembre p.v., alle ore 18, ad Asti presso Palazzo Mazzetti|Corso Alfieri n. 357, una conferenza a cui parteciperà il Comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, Generale di Divisione Mariano Mossa, che con una relazione dal titolo “L’Arma dei Carabinieri in Piemonte con riferimento ad alcune specialità” espliciterà l’importanza della tutela e salvaguardia dei beni culturali con particolare riferimento al tema della contraffazione, . Sperando di poterLa incontrare in tale occasione, allego programma dell’evento e, rimanendo in attesa di un cenno di riscontro, invio cordiali saluti.

                                                                                                Il Presidente: Mario Sacco

LEGGI IL PROGRAMMA Programma_Conferenza

“INTELLIGENZA ed EMOZIONI” di Carmine Tedesco

“INTELLIGENZA ed EMOZIONI” di Carmine Tedesco

A proposito di

INTELLIGENZA ed EMOZIONI

di Carmine Tedesco

 Fino agli anni Ottanta del sec. XX, il successo e l’insuccesso, in tutti i campi della vita (scolastica, lavorativa, professionale, sociale, artistica, imprenditoriale, familiare, pubblica e, anche, privata), erano indissolubilmente legati al QI (Quoziente Intellettivo) dei singoli soggetti: più alto era il QI (la normalità ruotava intorno ai 90/120 punti) più certa era l’affermazione nella vita, sotto ogni aspetto.

intelligenza-emotiva

Nel 1995 arriva la scossa: lo psicologo-scrittore Daniel Goleman (Stokton, 1946) pubblica, a New York, con ‘Bantam books’, il libro ‘Emotional Intelligence’ (‘Intelligenza Emotiva’). Da quell’anno l’uomo cessò di essere solo QI e divenne QI+EI. Cioè: la misurazione dell’intelligenza continuava ad essere legata alla ‘quantità’ dell’intelligenza ma, contestualmente, interveniva la componente emotiva a riqualificarla. In altri termini: alla radice razionale delle azioni umane veniva correlata la forza della emotività; non più solo ragione ma ragione e cuore. Le conseguenze di questa integrazione non si fecero attendere: nel processo valutativo generale molte cose cambiarono e, nella pratica personale e sociale, mutarono gli atteggiamenti ed i comportamenti dei singoli soggetti: il mondo, i fatti, i valori assunsero un profilo diverso; divennero più compositi, maturi, umani. I campi che maggiormente beneficiano del nuovo corso sono numerosi; noi, sulla base delle novità introdotte dal Goleman, ne prendiamo in considerazione i cinque più importanti.

 1.     LA MOTIVAZIONE

Dinanzi alle difficoltà della vita (lavoro, fallimento, incomprensioni, dispute, prepotenze, etc.)  serve poco o nulla ricorrere agli arbitrati esterni, amichevoli o giudiziari. L’uscita dal vicolo buio in cui siamo caduti è in ciascuno di noi; fiducia in se stesso, autocontrollo, entusiasmo ottimismo sono gli ingredienti che veramente contano e rappacificano. Prendiamo l’esempio dei molti campioni dello sport: il successo non viene mai da solo, ma è il risultato di impegno, sacrifici, rinunce; anche se  ciò comporta, spesso, stanchezza e noia, ciascuno è consapevole che, per emergere, bisogna essere convinti che certe scelte vanno fatte non perché ce le impongono gli altri, ma perché le vogliamo noi, ne siamo convinti, ne riconosciamo le motivazioni personali, intime e costruttive.

downloadNella fattispecie, l’esempio che meglio illustra la forza del ‘possesso di sé’ è quello proposto dallo psicologo Martin Seligman dell’Università di Pennsylvania alla compagnia di Assicurazioni ‘MetLife’, impegnata nella selezione di personale idoneo nella vendita ‘porta a porta’. Egli consigliò alla Società non tanto di assumere i più bravi nelle prove attitudinali, ma con un alto quoziente di pessimismo, quanto coloro che avevano conseguito un alto punteggio nei test sull’ottimismo. Successivamente monitorati, il gruppo dei secondi, nelle vendite, aveva superato il gruppo dei primi di ben il 21%. Motivo? I pessimisti si scoraggiano presto dinanzi ad un insuccesso e quasi si convincono che quel lavoro non è adatto a loro; gli ottimisti, invece, trovano sempre una ragione per non arrendersi (“Forse ho sbagliato nell’approccio”, “Quel cliente era troppo scorbutico”, “La signora non doveva attraversare un periodo felice della vita”); cioè: evitano di autoincolparsi e individuano il negativo nella situazione contingente (“La prossima volta andrà meglio”). I pessimisti sono, allora, perdenti nati? Non è detto. Anche loro, con la pratica e la buona volontà, riusciranno a superare le esperienze negative, impegnandosi a riflettere con maggiore fiducia sulle proprie azioni e a guardare la situazione in termini meno autodistruttivi.

 2.     LA COSCIENZA

download-1 La coscienza è alla base dell’Intelligenza Emotiva. Qualsiasi emozione, in prima istanza, va conosciuta e decodificata con intelligenza e viceversa; nella misura in cui questa reciprocità è intima e rispettosa migliora l’esistenza di ciascuno. Il neurologo Antonio Damasio, nel libro ‘L’errore di Cartesio’, dimostra che la persona che ha consapevolezza delle proprie emozioni è padrone dei cosiddetti ‘marcatori somatici’, ovvero di quei sentimenti che arrivano alle viscere sconvolgendole, anche se in maniera inconscia. E’ il caso, ad esempio, di colui che è allergico ai rospi. Anche se i compagni, a più voci, lo rassicurano dicendo che non fanno niente o addirittura ne prendono uno con la paletta per farglielo vedere da vicino, egli scappa affannato o tenta di nascondersi dietro il vicino per sottrarsi alla vista dell’anfibio. Nonostante le iniziative di rassicurazione, il suo respiro diventa affannoso, il suo cuore accelera i battiti e sulla pelle compaiono chiari segni di sudorazione. Spiega il neurologo: se ciascuno di noi, con vari tentativi, teorici o discorsivi, visivi o di immagine, arriva a percepire una qualche consapevolezza emozionale di quello che sta osservando o di cui si sta discutendo, siamo sulla strada che porta alla padronanza di sé superando il cattivo umore di partenza.

 3.     L’UMORE.

Chi non ha vissuto momenti di buono o cattivo umore? Ebbene, considerato che l’umore è uno dei sentimenti che più influenza la formazione del carattere, diventa importante che ciascuno si sforzi di mantenere equilibrati i due poli. Sull’argomento, specifici ed efficaci consigli ritroviamo nei risultati dei sondaggi della psicologa Dianne Tice della ‘Case Western Riserve University’ (Cleveland, Ohio) che ha raccolto le risposte di oltre 400 soggetti alla domanda: “Quale tattica metti in atto per scacciare il cattivo umore?”. Dalle risposte risulta chiaramente che la causa prima del malumore è la rabbia, il sentimento che, più di ogni altro, non fa ragionare. La Tice lo esemplifica con una esperienza ricorrente: all’automobilista che, al semaforo, viene sorpassato a velocità folle da chi stava dietro di lui, viene spontaneo l’impulso di alterarsi lanciando frasi offensive (“Incosciente! Potevi procurare un incidente. Ora ti faccio vedere io!”) e, preso dall’ira, si mette a rincorrere il trasgressore diventando a sua volta un conducente pericoloso. Questa reazione va assolutamente evitata. La cosa più importante è sforzarsi di fare sbollire la rabbia pensando a motivazioni alternative soffici. Nel caso del nostro esempio: “Forse aveva una faccenda urgente da sbrigare”. Secondo la Tice, è questa la misura più appropriata per evitare, a propria volta, di farsi comandare dall’ira velenosa.

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Nelle altre occasioni di arrabbiatura, che non mancano mai, varie sono le iniziative per disintossicarsi. Così, dopo un battibecco in famiglia, una lite col vicino di casa, uno scontro sul posto di lavoro, etc., farsi una passeggiata o una corsetta solitaria hanno il potere di raffreddare l’ira in quanto la concentrazione intima sull’accaduto induce a riconsiderare la causa della rabbia; anche la lettura di un libro interessante o di un fumetto di Topolino o la visione di un filmato spassoso o una pedalata in bicicletta o una serie di esercizi di respirazione profonda possono allontanare l’ansia e la depressione. Due cose, fortemente, bisogna comunque evitare: rinchiudersi in una stanza a rimuginare sull’accaduto, entrare in un bar e bere due whisky. In ultimo, ma non ultimo, esiti rasserenanti possono venire anche dalla preghiera, indipendentemente dalla religione praticata.

 4.     L’IMPULSO

Di rado l’impulso, ovvero quel moto viscerale che ci spinge a fare delle cose senza rendercene conto, può portare dei vantaggi (vedi il caso in cui la risposta è impellente e non c’è tempo per riflettere o a seguito del classico ‘colpo di fulmine’ amoroso); ben più ricorrenti, però, sono i casi in cui esso ci trascina nell’impensabile, nell’irrazionale, nella vergogna. Ecco, allora, la necessità di emotivamente autoregolarsi concedendosi quegli attimi necessari per inquadrare il problema e focalizzare l’obiettivo da raggiungere.

Walter Mischel

Walter Mischel

 Negli anni Sessanta, lo psicologo Walter Mischel della Stanford University (California), per convalidare questa scelta attendista, porse ai bambini di una Scuola dell’infanzia il seguente dilemma: “A tutti viene offerta una caramella, ma a chi avrà la pazienza di attendere il ritorno del docente, allontanatosi per una incombenza urgente da sbrigare, verrà data una seconda caramella”. La tentazione era forte, tuttavia la maggioranza dei bambini afferrò la caramella e subito la divorò. Gli altri, pur tentati, ebbero la forza di resistere ingannando il tempo dell’attesa distogliendo lo sguardo dall’oggetto del desiderio, coprendosi gli occhi con le mani, appoggiando la testa sul banchetto facendo finta di dormire, parlando e scherzando tra di loro, ripetendo lentamente la numerazione, etc.. Ovviamente, i 10/15 minuti di attesa furono pesanti per tutti, interminabili; alla fine, però, oltre alle due caramelle, ciascuno poté vantarsi di avere raggiunto l’obiettivo. Riflessi: i bambini che avevano mangiato la caramella subito, nell’adolescenza, si rivelarono vuoti, indecisi e deboli nelle aspirazioni; gli altri, invece, dimostrarono sicurezza, consapevoli e capaci nell’affrontare le frustrazioni della vita. Morale: è senz’altro difficile sfuggire alle tentazioni, ma con mirate esercitazioni, tese a volgere lo sguardo ai vantaggi futuri e al raggiungimento di obiettivi maggiormente gratificanti, l’impulso può essere educato.

 5.     LA CONVIVENZA

Convivere è sempre stato un paradigma sociale necessario. La semplice convivenza, però, non è sufficiente; è imperativo sapere vivere in pace, in armonia, nel rispetto reciproco. Cosa sicuramente, oggi in ispecie, non facile ma che pure bisogna adottare in quanto di estrema importanza in famiglia, sul lavoro, nell’amicizia, nel complesso della vita. Il fulcro del rapporto interpersonale è nello stato d’animo che noi viviamo e trasmettiamo o riceviamo dagli altri. Questo stato è molto sensibile sia in entrata che in uscita: ciascuno percepisce l’umore altrui anche da una sola parola (es.: la ricorrente parola ‘Grazie!’ ha la forza di farci sentire accettati o rifiutati, dominati o apprezzati); quanto meglio riusciamo a ‘catalogare’ i messaggi emotivi che gli altri ci lanciano, tanto più riusciremo a controllare i segnali che noi inviamo agli altri.download

L’importanza dei buoni rapporti tra persone venne dimostrata, tra gli altri, dagli psicologi Robert Kelly della ‘Carnegie-Mellon University’ (Pittsburgh) e Janet Caplan con la ricerca condotta nei laboratori della società ‘Bell’ a Naperville (Illinois) tra i tecnici e i ricercatori assunti in base all’elevato punteggio del QI. Il risultato evidenziò che, nonostante la parità di partenza, solo pochi riuscivano ad eccellere nelle mansioni loro affidate; i rimanenti più che altro oziavano. Il motivo, eclatante, fu individuato, dai due studiosi, nel fatto che i primi avevano avuto l’accortezza di crearsi una vasta rete di rapporti interpersonali alla quale ciascuno liberamente e fiduciosamente poteva ricorrere in presenza di difficoltà impreviste; i secondi, invece, credevano di potere risolvere tutto da soli per cui, quando si trovavano in difficoltà, erano costretti ad arrabattarsi nella ricerca degli interlocutori disponibili e aspettare inerti il loro comodo nel dare riscontro alle richieste. Dedussero gli studiosi: la riuscita nel lavoro non dipende tanto dal Quoziente Intellettivo quanto dall’Intelligenza Emotiva. 

6.     CONCLUSIONE

La morale a cui conduce l’intero suesposto discorso, già riportata nel testo ricordato di D. Goleman, è una sola: gli elementi basilari che influenzano maggiormente la vita dell’uomo nella sua totalità sono: la padronanza di sé, la perseveranza e l’empatia; ma questi sono proprio le doti che qualificano l’Intelligenza Emotiva la quale, a sua volta, esercita un’influenza determinante nella misurazione del Quoziente Intellettivo.                                     

Carmine Tedesco