A Nuzzo Monello due prestigiosi Premi…

A Nuzzo Monello due prestigiosi Premi…


All’opera ἀνϑολογία di Nuzzo Monello due prestigiosi riconoscimenti: il Premio Internazionale Historiae Populi  e il Premio Regionale Historiae Siciliae, conferitigli dall’Opera Internazionale “Praesepium Historiae Ars Populi” di Geraci Siculo (PA).

di  Biagio Iacono

All’opera ἀνϑολογία (Antology) del ns. amico Artista, Studioso e Scrittore prof. Nuzzo Monello – di cui ci siamo spesso occupati sul www.valdinotomagazine.it – sono stati conferiti, nei giorni scorsi, due prestigiosi Premi a riconoscimento della sua prodigiosa, straordinaria e poliedrica attività: il Premio Internazionale di Storia e Tradizioni Locali Historiae Populi e il Premio Regionale Historiae Siciliae, conferitigli dall’Associazione Culturale Regionale “Praesepium” di Geraci Siculo (PA).

La suddetta ἀνϑολογία – sta scritto nella motivazione del Premio Historiae Populi – è caratterizzata scientificamente da una ~ Raccolta di schede ed immagini sulla flora della contrada S. Elia, sui Monti Iblei, nel territorio del comune di Avola in Provincia di Siracusa. Lo studio botanico è accompagnato da una attenta analisi delle caratteristiche del territorio della contrada, inclusa una preziosa chiesa rupestre di presumibile età alto medioevale. ~

   Per questo la Commissione del Concorso Internazionale Artistico-Letterario “Ars Millennium” 20a Edizione 2017/18 – Premio  Internazionale “Historiae  Populi” 19a Edizione 2017/18 ha valutato l’opera del prof. N. Monello quale Premio In Assoluto A Livello Internazionale Per La Migliore  Opera Di Pregio “Botanico-Archeologico” D’alto Interesse Scientifico elogiando lo Studioso con questa meritata attestazione: ~ A NUZZO MONELLO D’AVOLA ~ PER LA SUA MONUMENTALE E PODEROSA OPERA STORICO-SCIENTIFICA A CARATTERE BOTANICO E PER I SORPRENDENTI ASPETTI DI RICERCA ARCHEOLOGICA. OPERA, ANCORA, ASSAI PREZIOSA PER LE SAPIENTI SCHEDE BOTANICHE D’ALTO VALORE SCIENTIFICO SULL’INCANTEVOLE E TIPICA FLORA MEDITERRANEA DEI MONTI IBLEI IN SANT’ELIA; OPERA ANCHE ECCELLENTE E STRAORDINARIA PER L’ARTISTICO PATRIMONIO FOTOGRAFICO D’ARTE, CHE PUO’ ESSERE DEFINITO QUALE “FINESTRA DI BELLEZZA” DI VISIONI PRIVILEGIATE DELL’UNIVERSO CULTURALE IBLEO, OVE, QUASI PER INCANTO, ANCORA EMERGE, DALL’OBLIO DEL  SECOLARE SONNO DELLE PIETRE, UN SANTUARIO RUPESTRE, PREGNO DI FEDE E DI SACRO ANTICO, FIORE NELLE ROCCE OLEZZANTI DEGLI IBLEI.

(vedi VERBALE qui a fianco: HISTORIAE POPULI

 

Consegna del Sindaco di Lentini Saverio Bosco.

Per quanto riguarda il secondo conferimento, il Premio Regionale Historiae Siciliae è stata conferita: L’ALTA ONORIFICENZA STORICO-SCIENTIFICA – ACCADEMICO DELLA SICULA CULTURA IBLEA a NUZZO MONELLO da AVOLA  per l’Ediz. Bilingue-Sebastiano Monieri Editore – Traduzione di Corrado Leanti – Siracusa, 2017; ril., pp. 560, ill. ~ Raccolta di schede ed immagini sulla flora della contrada S. Elia, sui Monti Iblei, nel territorio del comune di Avola in Provincia di Siracusa. Lo studio botanico è accompagnato da una attenta analisi delle caratteristiche del territorio della contrada, inclusa una preziosa chiesa rupestre di presumibile età alto medioevale ~ con quest’altra motivazione: ~ PER LA MAGNIFICA, RICCA E POLIEDRICA ‘AZIONE’ DI STUDIOSO-RICERCATORE  E NOBILE ARTIGIANO D’ALTA ARTE, APPASSIONATO AMANTE E CONOSCITORE PROFONDO DELLA SUA TERRA NATIA IBLEA; INSIGNE FIGLIO DI AVOLA CHE HA SAPUTO METTERE A FRUTTO LE SUE SCIENTIFICHE CONOSCENZE E HA POSTO MANO A UNA PODEROSA E MONUMENTALE OPERA, L’ANTOLOGIA BOTANICA DELLA FLORA ENDEMICA IBLEA DEL MONTE SANT’ELIA, OVE EMERGE, COME PREZIOSA VETUSTA GEMMA, UNA CHIESA RUPESTRE TARDO-MEDIEVALE: MAGNIFICO FIORE DI PIETRA ANTICA TRA I LEZZI ASSAI ODOROSI DEI SACRI MONTI IBLEI DI SICILIA. ~

vedi altro VERBALE qui a fianco: HISTORIAE SICILIAE

Eventus Lentini – 2.XII.2018 – Il Presidente Dott. Prof. V. Piccione e Nuzzo Monello.

Il “31° Eventus Lentini Meeting 2018”

si è concluso il 2 dicembre u.s.

Distintivo Historiae Siciliae Accademico della Sicula Cultura Iblea

Organizzato dall’Opera Internazionale “Praesepium Historiae Ars Populi” fondata dal Dott. Prof. Vincenzo Piccione e patrocinato dalla Città di Lentini, l’Associazione Culturale Melograno di Lentini, l’Arcidiocesi Metropolitana di Siracusa, la Diocesi di Noto e dalla Città di Geraci Siculo, si è concluso con la consegna dei prestigiosi riconoscimenti ai vincitori delle diverse sezioni a concorso.  

Diploma Historiae Populi

Il congresso sul tema Presepium: Greppia d’Amore… Cultura, iniziato il primo dicembre si è avvalso di relatori provenienti da tutt’Italia e della partecipazione di un folto pubblico per assistere alle premiazioni di presepisti e di città per l’allestimento di presepi viventi opportunamente visionati in Sicilia, in Calabria e Campania dalla commissione giudicatrice, e per assistere alla premiazione di autori di studi Storico-etnografici, Scientifici, Artistici e Letterari. I premiati sono stati invitati inoltre a  esprimere le proprie idee, contributi, promozioni e propositi. Tra i molteplici in particolare l’intervento dello studioso, artista e scrittore Nuzzo Monello che ha posto l’accento sulle condizioni nelle quali, oggi, ciascuno può trovarsi di fronte alla società e rispetto alla propria individualità: Cultura e Fede viste come unicità dell’individuo che interagisce nel sociale, nell’impegno civile, nella propria crescita spirituale, culturale e nei confronti della propria famiglia.

Trofeo Historia Populi

L’autore, così continua: il premio odierno, esprime un elaborato di relazioni, che vede in primo luogo, oltre il personale sacrificio e la compartecipazione della Città di Avola, il contributo della moglie Corrada e dei figli Venerando e Paolo indispensabile alla realizzazione in specie di  ἀνϑολογία, propriamente raccolta di fioriNell’accettare i riconoscimenti, con umiltà e soddisfazione a compimento della sua opera Nuzzo Monello, ha voluto fare dono, per soddisfare le stesse condizioni di Cultura e Fede, del premiato volume ἀνϑολογία, al Sindaco di Lentini Dott. Saverio Bosco nella qualità di primo cittadino e alla Biblioteca Riccardo da Lentini quale espressione della città, comunità di Saperi conclamata Città del Presepe di Sicilia 2018. Per concludere, a noi non resta che complimentarci sinceramente col ns. prof. Nuzzo  Monello per questa opera che tante soddisfazioni sta dando a Lui ma, soprattutto, anche ai tanti Amici come noi che lo amiamo e stimiamo fraternamente. 

Biagio Iacono

G. Leopardi: capirlo ricordando Gino Raya nel 31° della scomparsa.

G. Leopardi: capirlo ricordando Gino Raya nel 31° della scomparsa.

CAPIRE LEOPARDI ATTRAVERSO IL RICORDO DI GINO RAYA,

NEL 31° DELLA SCOMPARSA DEL FILOSOFO FONDATORE DEL FAMISMO.

di Paolo Anelli

Ricorrendo il 2 Dicembre u.s. il 31° della scomparsa del prof. GINO RAYA, un ricordo – da me promosso – sul suo straordinario contributo critico filosofico-letterario, anche sul Leopardi, avrebbe dovuto trovar spazio su queste colonne proprio quel giorno: lo facciamo oggi 10 Dicembre 2018, non avendo potuto il Sottoscritto onorare quella data per cui, mentre me ne scuso con l’amico prof. Paolo Anelli, anticipo che insieme ci siamo da tempo riposti di onorare dignitosamente il ns. Maestro con un apposito volumetto, non appena ci sarà possibile configurare il ns. materiale già raccolto e pubblicarlo. Biagio Iacono

Dopo vari anni di insegnamento in Istituti Tecnici, per l’anno scolastico 1983-84 ebbi incarico d’insegnamento letterario, nello storico Istituto Magistrale “Ruggero Bonghi” di Assisi, sito in Via San Francesco nel Palazzo Vallemani, edificio barocco con affreschi del Seicento, oggi sede della Pinacoteca comunale. L’Istituto, la cui denominazione originaria di Scuola Normale era stata modificata a partire dalla riforma Gentile del 1923, aveva da pochi anni celebrato il suo centenario, in quanto era nato nel 1878 all’interno del Convitto Nazionale “Principe di Napoli”, istituito dal Ministro Bonghi nel 1875 per accogliere da tutto il giovane Regno d’Italia gli orfani dei maestri elementari.

Il Convitto viveva nella sede del Sacro Convento di San Francesco, acquisito dallo Stato italiano con le leggi eversive del 1866-67, e nella città del Serafico l’Istituto che formava maestri e maestre aveva avuto nel primo Novecento un ruolo importante di promozione culturale, grazie all’attività dei suoi docenti, tra i quali il pedagogista Ernesto Codignola, che a Firenze sarà direttore dell’Istituto Superiore di Magistero (dove studiò mia madre) e continuerà le sue battaglie educative fondando la Scuola-Città Pestalozzi. Altamente meritoria fu anche l’opera dei Presidi, tra cui Michele Catalano, di Termini Imerese, noto per i suoi studi sull’Ariosto, che diresse l’Istituto dal 1922 al 1932, prima di salire alla cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Messina. Siciliano, di Milazzo, era anche il Preside del centenario, Giuseppe Catanzaro, figura di spicco all’interno dell’Accademia Properziana del Subasio, studioso di Properzio e curatore, insieme allo storico Francesco Santucci, degli Atti dei Convegni internazionali properziani dal 1982 al 2002.

Assisi. Palazzo Vallemani, sede dell’Istituto Magistrale dal 1910 al 1997.

Dovendo insegnare Italiano, per la prima volta, in una classe che si preparava all’esame di Stato, mi trovavo ad affrontare la letteratura italiana dell’Ottocento. E mi domandavo, fra l’altro, in particolare, come insegnare L’infinito di Leopardi, il cui commento, nei testi scolastici, mi riportava alle difficoltà mie di maturando del 1966. Non avevo mai capito, e perciò mi inceppai al colloquio, che cosa significasse “la religione del nulla” che continuava a dominare nella critica. Faccio dunque un primo passo deciso verso una metodologia d’insegnamento che tenga conto in primo luogo non della critica (cioè del punto di vista degli studiosi di Leopardi, spesso non supportato da chiari fondamenti teorici), ma del pensiero dell’autore stesso. E dato che Leopardi non teneva per sé i suoi Pensieri (raccolta di centoundici considerazioni scritte tra il 1831 e il 1837), e aggiornava continuamente il suo diario personale, lo Zibaldone, che, scritto dal 1817 al 1832, era arrivato a 4526 pagine, mi misi all’opera per rintracciare in quella miniera di pensieri una spiegazione d’autore al Sempre caro mi fu quest’ermo colle.

Zibaldone, prima ed. 1898.

Primo problema: dove lo trovo lo Zibaldone di Leopardi in versione integrale? Dell’edizione di Francesco Flora in due volumi, datata 1937-38, a cui si ispirarono Walter Binni ed Enrico Ghidetti (1969), si potevano trovare edizioni ridotte. Volendo uno Zibaldone tutto intero e non scarnificato, per poter andare a cercare tra quelle sue 45 centinaia di pagine qualcosa, scritto da lui medesimo, che si riferisse all’argomento della sua poesia più famosa, e non essendo ancora comparsa per Garzanti l’edizione critica in tre volumi curata da Giuseppe Pacella (1991), e non vivendo noi tutti ancora in un mondo dominato da internet (che ci mette oggi a disposizione tutti i testi del poeta di Recanati in leopardi.it), l’unica mia possibilità era trovare l’edizione del 1898-1900, quella in sette volumi pubblicati da Le Monnier ad opera di una commissione presieduta da Giosuè Carducci, con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (poi Zibaldone di pensieri, o semplicemente Zibaldone). Dove trovare l’edizione carducciana dello Zibaldone?

I sette volumi dell’ed. carducciana dello Zibaldone, 1913 terza ristampa.

Ebbene, a confermare la rilevanza culturale dell’Istituto Magistrale di Assisi, ce li avevo lì i sette rari volumi dello Zibaldone carducciano, nella preziosa Biblioteca di quella Scuola centenaria, che dopo incredibili vicende successive al terremoto del 1997 è stata recuperata e acquisita dal Liceo Classico “Properzio” per iniziativa del Dirigente scolastico Giovanni Pace. Mi metto dunque al lavoro, ma, durante la perlustrazione graduale del testo leopardiano subisco ben presto un doppio effetto serendipity. Trovo anzitutto molti riferimenti di ordine pedagogico che mi spingono a schedare i concetti con cui Leopardi avvalora le sue tesi filosofiche e antropologiche attraverso osservazioni sul comportamento dei “fanciulli”, e di se stesso fanciullo. Se ne potrebbe ricavare un ricco materiale per una pedagogia leopardiana interessante per la storia della pedagogia contemporanea. Ci ha pensato recentemente Michele Zedda, ricercatore dell’Università di Cagliari con diversi articoli dal 2012 a oggi.

Leopardi, Recanati: Colle dell’Infinito.

L’altro effetto va spiegato con il fatto che in quell’anno ricevevo una copia del trimestrale Biologia culturale di Gino Raya. Era stato mio padre, rimasto solo per la morte di mia madre a fine ’83, ad avvertire l’amico catanese, grande studioso di Verga e ideatore del Famismo poi chiamato Biologia culturale (teoria che considera la fame come unico primum movens biologico degli esseri viventi), della mia esistenza come insegnante ad Assisi. L’intrigante lettura delle tesi di Raya, mirate allo “studio dei fenomeni letterari, filosofici, culturali in genere, nei loro fondamenti biologici e nelle correlative sovrastrutture metafisiche”, tesi esposte sistematicamente, oltre che nei suoi libri, nella rivista, a cominciare dal 1966, si incrociava con la mia perlustrazione leopardiana, al punto che presi il coraggio di segnalare a Raya, con una lettera, il 2 gennaio 1987, un certo parallelismo delle sue tesi con quelle leopardiane che andavo spulciando. Raya risponde:

 8 genn 1987 sera
Caro Anelli / Stamane ricevendo la Sua del 2, ho suonato a distesa tutte le campane del mio feudo (mentale) per avere scoperto una insospettata vocazione famistologa. […] e la incoraggio a proseguire nel disegno leopardiano. L’applicazione del metodo fisiologico è stata attuata soltanto da me e da Pasquale Licciardello; veda dunque che immenso terreno vergine rimane. Su Leopardi, morto nel 1837, si prepara la solita fiumana retorica per il 150 anniv.; né, che io sappia, s’è mai vista una critica leopardiana in chiave famista. Veda, dunque, di non lasciare i suoi propositi nel limbo delle buone intenzioni. […] A lei e famiglia i più forti auguri e saluti da Gino Raya

Da questo contatto, seguito da un breve incontro a Roma in occasione di una conferenza su una sua opera verghiana, in cui gli lasciai copia delle mie ‘scoperte’, nacquero, su suo invito, i miei due saggi leopardiani (Leopardi e gli animali, e Leopardi prefamista) che lui pubblicò in Biologia culturale del settembre e del dicembre 1987, ultimo fascicolo questo di quella rivista, che morì il 2 dicembre con il suo fondatore. Purtroppo, il mio rapporto diretto con Gino Raya nacque e durò nell’arco di quel suo ultimo anno di vita. Dopo di che, lasciando nel cassetto un mio terzo saggio e constatando il silenzio dell’ufficialità letteraria italica sulla morte del maggiore studioso verghiano, cominciai a scrivere Il silenzio delle farfalle infilzate (Firenze Atheneum 1991), forte anche, dopo la morte di mio padre (1986), di quanto il Raya aveva detto di sé e del Famismo nelle lettere indirizzate all’amico abruzzese, mio padre, insegnante a Venezia nell’Istituto Magistrale “Niccolò Tommaseo”, con cui aveva vissuto una affettuosa concordia discors a partire dal 1959, quando erano commissari a Roma nel mega concorso a cattedre di Lettere negli Istituti magistrali, e avevano constatato di essere gli unici a non lasciarsi influenzare nelle procedure di valutazione dalla potenza delle raccomandazioni. Grazie a quel mio libro ho potuto conoscere Pasquale Licciardello e le sue preziose analisi biologico-culturali sulla letteratura e sulla società contemporanea (notevole, per restare in argomento, è il suo Leopardi poeta del corpo, Fermenti, 1988), e Biagio Iacono, direttore della Gazzetta di Noto e della rivista Netum, amico ed estimatore del Raya, il quale ha ospitato in questi anni vari miei contributi rayani nella rivista online www.valdinotomagazine.it .

Zibaldone,1913.

Nei due saggi, presenti nella biblioteca del Centro Studi Leopardiani di Recanati, sfruttavo i risultati della mia ricerca sullo Zibaldone, che mi aveva portato a conoscere il Leopardi pedagogista e il Leopardi prefamista, ma mi aveva anche dato la risposta alla domanda su L’infinito che dovevo spiegare alle alunne del Magistrale di Assisi. Non va interpretato in senso metafisico, tutt’altro. Il piacere, che deriva dall’immaginazione che opera in virtù dell’ostacolo fisico della siepe, va considerato in chiave sensistica secondo la concezione materialistica settecentesca cui il poeta aderì e sulla quale, appunto, costruì la sua “teoria del piacere”. Avevo trovato da me la risposta, per via diretta, e solo più tardi mi sono accorto che la cosa era già stata detta da Achille Tartaro nel volume in cui aveva trattato Leopardi (LIL – Letteratura Italiana Laterza, 1978, pp. 84-85), dove scriveva: “La matrice sensistica dell’Infinito, un elemento decisivo per escludere ogni riduzione dell’esperienza leopardiana nell’ambito certamente improprio dell’ascesi e dell’annichilimento spiritualistico, secondo un’interpretazione promossa da De Sanctis (“Così i primi solitari scopersero Iddio”) e in seguito vagamente riecheggiata […]”. Ecco la conferma che chiariva i miei dubbi di studente e avvalorava i risultati della mia ricerca di giovane docente.

L’ultimo numero della Rivista BIOLOGIA CULTURALE fondata e diretta da GINO RAYA.

La mia rassegna prefamista leopardiana contrastava con un appunto di Raya del settembre 1986 (Biologia culturale, p. 144), che nel termine felicità usato da Leopardi, termine “ampolloso, di derivazione settecentesca”, vedeva “una spia della scarsa sensibilità biologica del Leopardi”. Aggiungeva però che “qualche brivido” di essa “affiora a sua insaputa, per esempio, nel « mal umore », o nell’« odio, vero odio », che gli uomini in società nutrono l’uno per l’altro (Zibaldone), e che rimonta al cannibalismo proprio della specie”. A posteriori, posso dire di avere messo in luce, col mio studio, che invece di affioramento inconsapevole si tratta di una teoria a tutto tondo che riconosce in tutti gli esseri viventi un primum movens centrato su una triade (Leopardi la chiama “trinità”): amor di sé – odio altrui – invidia. Quanto al cannibalismo, esso è riconosciuto da Leopardi come realtà primitiva generale, non senza il risvolto, tutto prefamista, dell’erotofagia. Lo stesso Raya, approfondendo il tema, in nove pagine consegnate per la celebrazione leopardiana dei Nuovi Annali della Facoltà di Magistero dell’Università di Messina (1987, 5, pp. 111-119), giunge a fare un ritratto di Leopardi antimaiuscolaro, non più carente di sensibilità biologica, bensì “fermo nell’amor sui come principio biologico”. Amor sui è il titolo di un breve intervento di Gino Raya, che è il succo di una conversazione telefonica con il direttore della rivista Fermenti Velio Carratoni, che compare nel numero di ottobre-novembre 1987, p. 5, e che ho letto con profondo senso di gratitudine, lieto di avere contribuito a far suonare le campane del “feudo (mentale)” del Maestro proibito di cui Biagio Iacono aveva scritto in Netum nel Dicembre 1981.

La prima delle tre pagine del Dicembre 1981 della Rivista Netum, fondata e diretta da Biagio Iacono dal 1975 al 1985.

Sarebbe augurabile (ma probabilmente illusorio che la ricorrenza, oltre che gl’inevitabili gorgheggi sulla donzelletta e il passerotto, e oltre a qualche iscrizione d’ufficio del continuo Leopardi tra i « figli di Maria », invitasse qualche studioso a leggere lo Zibaldone per verificare (o eventualmente discutere) i due saggi di Paolo Anelli pubblicati in « Biologia culturale » (1987, nn. 3 e 4) intitolati, rispettivamente, Leopardi e gli animali e Leopardi prefamista. Risulterebbe chiara, allora, la scintilla più geniale di Giacomo: il suo rifiuto, cioè di maiuscole come il Pensiero, la Coscienza, la Ragione e altri succedanei dell’Anima considerati come prius nella biologia umana e insomma come patacca metafisica. Questo prius viene chiamato dal Leopardi ventitreenne amor di sé (o anche amor proprio), « principio e perno di tutta quanta la macchina naturale (…), indipendente dalla riflessione e quindi dalla ragione ». Oggi per una completa risoluzione del metafisico nel fisico, diciamo fame; Leopardi dice amor sui; ma l’indirizzo è così sconvolgente, da escludere i confronti non solo in sede ottocentesca, ma anche nella ufficialità accademica del secolo seguente.

Nessuno studioso leopardiano ha risposto all’invito di Raya, tranne Alberto Frattini, il quale in un articolo apparso su Fermenti nel 1995, intitolato Leopardi, il materialismo e il famismo, mi ha rivolto una critica che, al di là dei contenuti, è frutto di una operazione scorretta, compiuta con la complicità del direttore Carratoni. Il quale mi aveva chiesto, nel ’93, di scrivere un articolo su Leopardi, e gli avevo mandato Leopardi e i nuovi credenti, dove esprimevo qualche giudizio, tra molto altro, su alcuni scritti di Frattini. Ebbene, l’articolo dell’insigne studioso leopardiano contesta alcune affermazioni espresse nel mio dattiloscritto, che il direttore Carratoni aveva dato in lettura a Frattini, evitando di pubblicarlo.
Un ricordo di Gino Raya, dunque, non può prescindere da un argomento principe nella sua vita e nella sua opera: il rispetto dell’etica.

Assisi, 2 dicembre 2018                             Paolo Anelli

ASTI: II° Convegno in memoria di Paolo De Benedetti.

ASTI: II° Convegno in memoria di Paolo De Benedetti.

Secondo Convegno in memoria di Paolo De Benedetti

presso il Polo Universitario e la Biblioteca Astense

nei giorni 1 e 2 Dicembre 2018.

              Paolo De Benedetti ritratto da Riccardo Mannelli su Repubblica

L’EDITORIA E LA NARRAZIONE SECONDO PAOLO DE BENEDETTI

Il secondo convegno nazionale in memoria del grande biblista astigiano scomparso nel 2016, è organizzato da: Cepros Asti Onlus, Qol, Sefer, Morcelliana e Biblia, in collaborazione con il Polo Universitario “Rita Levi- Montalcini”, la Fondazione Biblioteca Astense “Giorgio Faletti”, l’Israt, la Società di studi Astesi ed Ethica.  

Si svolgerà dalle ore 15.00 alle ore 19.00 di sabato 1 dicembre 2018 presso il Polo Universitario “Rita Levi-Montalcini” presieduto da Mario Sacco e dalle 09.00 alle 13.00 di domenica 2 dicembre presso la Fondazione Biblioteca Astense “Giorgio Faletti”, presieduta da Roberta Bellesini,  il secondo convegno dedicato al ricordo del biblista e teologo astigiano Paolo De Benedetti scomparso nel 2016 all’età di 89 anni.

«A differenza però della due giorni organizzata lo scorso anno – afferma la sorella Maria, presidente del Cepros Asti – Onlus –  che vide in quell’occasione ad Asti la fitta partecipazione degli amici di una vita di Paolo, con interventi appassionati intesi a delinearne il personale ricordo, il convegno proposto in questo secondo appuntamento,  vuole invece affrontare tre temi specifici, quanto fondamentali, della vita di mio fratello:

  • Il suo modo (e quello della nostra famiglia) di sentirsi ed essere astigiano;
  • Il suo articolato e fondamentale contributo al mondo dell’editoria (PdB, così come lo aveva soprannominato l’amico Umberto Eco, fu direttore editoriale delle case editrici Bompiani e Garzanti ndr);
  • Il suo essere stato, per un’intera vita, tra i maggiori divulgatori in Italia della cultura giudaica, di cui era docente presso gli Istituti teologici di Trento e Urbino».

Due giornate tanto intense, quanto interessanti, quindi, che vedranno alternarsi sul palco dei relatori, tra i più importanti esponenti e studiosi di questi tre mondi apparentemente distinti tra loro, ma che per De Benedetti sono sempre risultati del tutto complementari l’uno con l’altro.

Relatori del convegno di Sabato 1  Dicembre saranno:

Michela Bianchi, David Bidussa, Nicoletta Fasano, Piero Gelli, Silvia Giacomoni, Maria Luisa Giribaldi, Donatella Gnetti, Laura Novati, Brunetto Salvarani e Daniel Vogelmann.

Mentre prenderanno la parola Domenica 2 Dicembre:

Gianpaolo Anderlini, Piero Capelli, Roberto Gatti, Massimo Giuliani, Giovanni Menestrina, Ezio Claudio Pia, Tiziano Rossi, Bruno Segre e Alberto Somekh.

Patrocinato dall’UNEDI, dalla Diocesi di Asti e dal Comune di Asti, infine, per i partecipanti che ne faranno richiesta sarà possibile ottenere al termine del convegno l’attestato di partecipazione  utile ai fini del riconoscimento dei crediti formativi, rilasciato dall’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea di Asti (Israt).

Ingresso libero.

Il programma completo e aggiornato è disponibile qui cliccando

su: programma convegno pdb asti 1-2 dicembre 2018 – definitivo

 con la locandina convegno pdb 2018

oppure in:

http://www.icozorz.it/allegati/newsbiblio/201833026118.pdf

www.bibliotecastense.it  –  www.uni-astiss.eu

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NOTA BENE: RINGRAZIAMO IL COLLEGA GIORNALISTA ALEXANDER MACINANTE

PER LA PREZIOSA E QUOTIDIANA COLLABORAZIONE DA OTTIMO PROFESSIONISTA.

Vittorini, quel fatidico 1938 e le leggi razziali.

Vittorini, quel fatidico 1938 e le leggi razziali

di Enzo Papa

   Per Elio Vittorini il 1938 è un anno assai importante. Ha trent’anni, vive a Firenze  e già medita di trasferirsi a Milano, ha già al suo attivo alcune importanti pubblicazioni, traduce dall’ inglese (con l’aiuto di Lucia Morpurgo  Rodocanachi), insomma comincia ad essere una figura di primo piano nella repubblica letteraria.  “Solaria”, la rivista  fiorentina dove egli ha già pubblicato importanti testi e, tra gli altri, a puntate, “Il garofano rosso”, cessa le pubblicazioni nel  1936; e già da gennaio 1937 Alessandro Bonsanti, che era stato l’ultimo direttore di “Solaria” dal 1930 alla cessazione, pubblica il primo numero della sua rivista trimestrale “Letteratura”, considerata erede di “Solaria”, a cui Vittorini collabora fin dal primo numero. E proprio su “Letteratura” dall’aprile del 1938 all’aprile del 1939 Vittorini pubblica a puntate “Conversazione in Sicilia”, romanzo iniziato nel settembre 1937.

Ma, mentre Vittorini scrive e pubblica il suo romanzo lirico, in Italia gravi fatti sconvolgono il tessuto sociale e culturale della nazione. E’ strisciante, infatti, un clima antiebraico che lentamente pervade ogni strato sociale, soprattutto per merito (o per causa) del Ministro fascista della propaganda (Sì, il fascismo aveva un Ministero per la stampa e la propaganda, istituito già nel 1935!). Mi raccontava Corrado Sofia, che frequentava la redazione del quotidiano romano “Il Tevere” diretto dal siciliano Telesio Interlandi (di Chiaramonte Gulfi), che all’inizio dell’estate 1938 circolava la notizia che Mussolini meditava di dar vita ad una rivista in difesa della razza italiana. “Chissà chi potrà essere mai quel fesso che vorrà dirigerla”, avrebbe detto Interlandi. Da lì a poco arrivò una telefonata da Palazzo Venezia: il Duce voleva vedere Interlandi. Al ritorno Interlandi disse ai redattori: “Quel cretino sono io”. Il 5 agosto uscì il primo numero della famigerata “La difesa della razza”, che curò per ben 117 numeri, fino al 20 giugno 1943. Segretario di redazione era Giorgio Almirante. Tra gli altri collaboratori anche Alfredo Mezio, l’amico siracusano di Vittorini coprotagonista di “Il garofano rosso”.

Elio Vittorini e Cesare Pavese

Ebbene, il 1938 segna un discrimine tra il prima, tra quel che si covava e serpeggiava, e il dopo, con le sue tragiche conseguenze che tutti conosciamo. In questo clima pregno di imbecille odio, di disgregamento sociale, di quella cieca forza governata dalla stupidità che il 5 settembre vedrà promulgare le leggi razziali, Vittorini avvìa la sua “Conversazione” perché preda di “astratti furori … per il genere umano perduto”. Si è detto che “teneva il capo chino” per via della guerra di Spagna. Ma io mi sono sempre chiesto: come reagì Vittorini, il libertario Vittorini, l’anarchico propugnatore della libertà individuale, l’antifascista che affermava di essere già diventato dal 1936? Credo di aver letto tutta la sua opera e sono certo di dire che Vittorini ignora le leggi razziali, non parla mai di ebrei non solo nella sua produzione letteraria, ma anche nei suoi interventi critici e nelle lettere. Mai una parola  spesa per gli ebrei e per la disastrosa situazione creatasi a causa delle leggi razziali, mai un cenno di solidarietà con quegli intellettuali che preferivano l’esilio.

Come giustificare tale atteggiamento? E’ possibile che un intellettuale del suo calibro, un uomo che dice di avvertire su di sé tutto il dolore del mondo resti indifferente di fronte a quella immane tragedia? E noi che amiamo la sua opera, che lo riteniamo per tanti aspetti uno dei più grandi maestri del Novecento letterario, non solo italiano, cosa dobbiamo pensare? Vive egli “la quiete nella non speranza”, come scrive in “Conversazione”? E’ una quiete che sfocia nell’indifferenza? O che altro? E’ questo un momento e un aspetto della sua personalità non ancora sufficientemente indagato, a cui bisogna dare delle risposte. E che dire, inoltre, che successivamente, nella sua qualità di consulente einaudiano, rifiutò ogni pubblicazione che riguardasse i campi di concentramento, cosa  che fece anche il consulente Cesare Pavese rifiutando “Se questo è un uomo” di Primo Levi?

                                        Vittorini e la sua gatta Mamoun

A complicare ulteriormente le cose c’è il Convegno di Weimar. Di che si tratta? Joseph Goebbles, il ministro del Terzo Reich, pensò di radunare in convegno a Weimar, in più tornate  a partire dal 1941, i nomi più in vista tra gli intellettuali europei non ostili al nazismo. Alla tornata dell’ottobre 1942 partecipò una delegazione italiana di cui facevano parte Emilio Cecchi, Enrico Falqui, Antonio Baldini e tra i giovani Giaime Pintor (inviato di “Primato”) ed Elio Vittorini. Non si sarebbe saputo nulla di tale partecipazione, se nel 1950 uno studioso, Valentino Gerratana, non avesse pubblicato il resoconto “Scrittori a Weimar” che Giaime Pintor aveva scritto per “Primato”, che venne rifiutato e che rimase tra le sue carte. Il quel resoconto, e solo in esso, si fa riferimento alla partecipazione di Vittorini a quel Convegno.

Alla pubblicazione, che faceva parte di un’antologia di scritti di Pintor, Vittorini, preoccupato, scrisse testualmente a Gerratana: “ Indubbiamente io ne avrò dei fastidi, come ne avrà la memoria di Giaime. Vale la pena di tali fastidi?”. Vittorini, come ha scritto Mirella Serri, ha cercato in vari modi di giustificare la sua presenza al convegno di propaganda nazista, affermando anche che era andato “mosso da interessi esclusivamente letterari”, vantando  inoltre “di aver messo in atto strategie antifasciste non salutando “romanamente” gli inni che venivano eseguiti nella cornice delle svastiche e delle aquile imperiali”;

                                           Biagio Iacono e Enzo Papa

e riflettendo sull’articolo di Vittorini “Una nuova cultura” che apre il primo numero del “Politecnico”, tra l’altro la studiosa dice : “Prendendo atto che la cultura, fino a quel momento, si è rivelata imbelle e vergognosamente impotente di fronte alle più gravi atrocità, Vittorini, direttore del “Politecnico”, addita i campi di concentramento, parla di sofferenze di bambini, ma non dice mai chiaramente chi sono state le vittime. Evita di parlare di olocausto, non nomina mai la parola “ebrei”, mentre evoca genericamente e confusamente la follia della guerra”.

                                          ENZO PAPA

NOTA BENE: Il suddetto articolo è apparso ieri, 03 Ottobre 2018, a pag. 22 sul quotidiano LA SICILIA di Catania, che ringraziamo per la collaborazione.